Problematiche tra genitori e figli
 
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Genitori si diventa, non si nasce.

Questo percorso può comportare momenti di forte scontro, altri di dubbi e disorientamento, altri ancora di preoccupazione e difficoltà a leggere i messaggi e le richieste che i figli, in modo più o meno diretto, inviano.

I temi attorno ai quali ci si può sperimentare incerti sono vari. Alcuni esempi: le regole e i permessi, l’andamento scolastico, la comunicazione, l’arrivo di un fratello o di una sorella minore, l’accettazione di una separazione o di un/a nuovo/a compagno/a...

Rivolgersi ad un esperto può aiutare a decodificare quali sono i bisogni autentici che i figli comunicano, al di là del disagio o delle richieste esplicite che manifestano. Questo può essere il primo passo per ristabilire una comunicazione in cui sentirsi autorevoli e competenti come genitori e comunicare attenzione e ascolto ai figli.

La relazione tra madre e figlia adolescente

  • 1. Aspetti tipici della relazione
    La psicoanalisi e, in modo diverso, la psicologia femminista, hanno spesso sottolineato, nella relazione tra madre e figlia in generale, e in quella tra madre e figlia adolescente in particolare, aspetti di cui si è data, per molto tempo, una lettura piuttosto deterministica (Nice, 1992). Così, il legame profondo che madre e figlia tendono a costruire e a conservare nel tempo è stato etichettato in termini di dipendenza assolutizzando le sue possibili implicazioni disfunzionali. Secondo Nice (1992) la relazione tra madre e figlia è stata distorta da questo tipo di lettura che ha, da una parte, colpevolizzato la madre, assegnando quasi esclusivamente a lei il potere di influenzare la relazione, e, dall’altra, svalutato le capacità interpersonali della figlia, considerando estremamente difficile per lei il raggiungimento di un sé individuato, in quanto subordinato al compito di liberarsi dal legame con la madre.
    Nel descrivere gli aspetti tipici di questa relazione, partiremo dal presupposto che madre e figlia adolescente abbiano, in condizioni normali, il senso di essere due persone distinte. Naturalmente l’identità della adolescente non è ancora pienamente sviluppata, ma le osservazioni di Stern (1995) mostrano come, già a livello neonatale, le figlie siano in grado di comunicare, con un loro proprio ritmo, il bisogno di avvicinarsi e di ritirarsi dal corpo della madre, manifestando, fin dall’inizio, sia un certo grado di separazione psicologica dalla madre, sia un profondo coinvolgimento nella relazione.
    In questo paragrafo intendiamo fare un’analisi descrittiva della relazione tra madre e figlia adolescente mettendone in luce la complessità e presentando due aspetti che nella letteratura presente (Boyd, 1989; Apter, 1990; Chodorow, 1991; Nice, 1992; Brody, 1996) vengono considerati caratteristici: la permeabilità dei confini, e una certa conflittualità nella relazione.
    • 1.1. Permeabilità dei confini
      Per permeabilità dei confini si intende una modalità di autodefinirsi da parte dei sé in relazione che consente un alto grado di scambio interpersonale (Apter, 1990, ?). Ciò significa che, pur avendo confini che delimitano e distinguono i loro sé, madre e figlia adolescente tendono ad interagire frequentemente a partire da due individualità disponibili al contatto piuttosto che strutturate rigidamente e chiuse nelle proprie definizioni.
      Saranno descritti i processi che favoriscono la permeabilità dei confini tra madre e figlia adolescente e le sue manifestazioni all’interno della suddetta relazione.
      • 1.1.1. Processi coinvolti
        Quali processi coinvolti nel favorire la permeabilità dei confini saranno delineati, a partire dalla letteratura presente (Chodorow, 1991; Cera, 1990), i processi di identificazione tra madre e figlia, e il processo di crescita psicologica della adolescente. La permeabilità dei confini viene favorita dai processi di identificazione che si verificano nella relazione tra madre e figlia fin dalle sue prime fasi. Si tratta di processi attraverso i quali “... un individuo assume entro di sé, nel proprio carattere, o nel comportamento, o nelle abitudini, o negli atteggiamenti ed affetti, “qualcosa” che appartiene o è appartenuto alla struttura psichica di qualche altra persona” (Imbasciati, 1985, 228). Il risultato di questi processi è che il soggetto diventa simile al modello sotto alcuni aspetti (Cera, 1990). L’identificazione è favorita dal fatto che il soggetto che imita e il suo modello abbiano già qualcosa in comune, come, nel caso di madre e figlia, lo stesso genere sessuale. Così, la figlia si percepisce simile alla madre e la madre tende a vedere la figlia come simile a sé (Chodorow, 1991). Quando due persone si percepiscono reciprocamente simili tendono ad essere più disponibili al contatto interpersonale e a sperimentare come meno impellente il bisogno di proteggersi nell’interazione (Gergen, Gergen, 1990). Tutto ciò promuove la permeabilità dei confini interpersonali.
        Il fatto che la permeabilità dei confini sia un aspetto specifico di questa relazione, piuttosto che di ogni altra diade genitore-figlio, è spiegabile facendo riferimento alle condizioni che caratterizzano l’evolversi della relazione tra madre e figlia e che rendono particolarmente intensi e continuati i processi di identificazione al suo interno (Chodorow, 1991). Innanzitutto il fatto che sia la madre, di solito, a svolgere il ruolo materno prendendosi cura dei figli per la maggior parte del tempo, soprattutto nella prima infanzia, rende più probabile che, sia i figli maschi che le femmine, almeno inizialmente, assumano come modello la madre, piuttosto che il padre, nei processi di identificazione. Inoltre, la revisione che Chodorow (1991) ha portato nella teoria psicoanalitica dello sviluppo femminile mette in evidenza il modo diverso in cui maschi e femmine, risolvendo il complesso edipico, sviluppano la propria identità di genere e regolano i propri confini rispetto alla madre. Mentre il figlio, nell’identificarsi come appartenente al sesso maschile, ha bisogno di tracciare una distinzione netta tra sé e la madre, la figlia, poiché non ha bisogno di rivolgersi altrove rispetto alla prima e più significativa figura di attaccamento per preservare il senso di se stessa come femmina, può permettersi di mantenere più fluidi i confini tra sé e la madre.
        I processi di identificazione si intensificano poi con la adolescenza della figlia per una serie di motivi: le trasformazioni biologiche che coinvolgono la figlia tendono ad accentuare la somiglianza fisica che esse condividono; inoltre, nei cambiamenti che sta affrontando, la figlia si riconosce sempre meno come bambina e sempre più come adulta, considerando la madre come punto di riferimento più vicino con il quale confrontarsi per costruire il proprio modo di essere donna (Nice, 1992). Anche la madre, guardando la figlia crescere e diventare donna, e cambiando prospettiva sul proprio ruolo nella relazione, tende a identificarsi maggiormente con la figlia, nutrendo speranze e paure per il suo futuro ancora tutto da decidere (Apter, 1990). L’identificazione reciproca e continuata tra madre e figlia fa sì che, tendenzialmente, esse definiscano i loro sé ciascuna facendo riferimento all’altra, rendendo la permeabilità dei confini un aspetto tipico di questa relazione.
        Un altro elemento importante nel costituire la permeabilità dei confini è la crescita psicologica della figlia che implica cambiamenti importanti nel suo modo di stare in relazione (Apter, 1990). Le nuove acquisizioni cognitive che la figlia raggiunge con la capacità di pensiero logico-formale consentono alla adolescente di decentrarsi dal proprio punto di vista e prenderne in considerazione altri alternativi (Cera, 1990). Con l’aumentare della sua abilità di vedere le cose dal punto di vista degli altri la figlia diventa più sensibile anche alla prospettiva della madre e dunque capace di assumere il suo punto di vista (Apter, 1990). Mettere momentaneamente tra parentesi la propria visione del mondo per calarsi in quella di un’altra persona e comprenderne il senso può essere considerata una specie di ginnastica che aiuta a mantenere particolarmente flessibili i confini che delimitano il sé. In questa fase evolutiva, la figlia sta ancora sviluppando la propria identità e, la sensibilità verso molteplici esperienze, anche aldilà della propria usuale definizione di sé, è parte del processo di moratoria della adolescenza (Erikson, 1984).
      • 1.1.2. Manifestazioni
        Quali manifestazioni della permeabilità dei confini tra madre e figlia adolescente saranno delineati, a partire dalla letteratura (Apter, 1990; Brody, 1996), la vicinanza emotiva, l’interdipendenza e l’espressività emozionale.
        Una prima conseguenza della permeabilità dei confini è la vicinanza emotiva che lega madre e figlia adolescente (Apter, 1990). La permeabilità dei confini, aumentando la disponibilità al contatto interpersonale, rende possibile una conoscenza profonda tra le persone che, a sua volta, favorisce transazioni intime caratterizzate dall’esperienza di un forte senso di vicinanza (Reis, Patrick, 1996). Inoltre, poiché mantenere permeabili i confini interpersonali implica definizioni di sé flessibili, ciascuna può esercitare una considerevole influenza sull’altra e questo potere si manifesta in una elevata interdipendenza tra i comportamenti (Bersheid, Pepalu, 1983).
        La elevata permeabilità dei confini è correlata con l’espressività emozionale, ossia con la disponibilità a manifestare nella relazione i vissuti emotivi personali (Brody, 1996). Infatti, in una relazione dove i partners sono aperti al contatto, cioè disponibili a esprimersi e a accogliere l’espressione dell’altro, è probabile che le emozioni siano manifestate. Allo stesso tempo, se concepiamo la possibilità di un interscambio dinamico tra comportamento esterno e esperienza interna, si può affermare che la frequente e spontanea manifestazione delle emozioni, stimolando la abilità di coglierle e di decodificarle, e promuovendo il mantenimento di un forte interscambio tra le due persone, contribuisce a rendere permeabili i confini, ossia a mantenere flessibile la struttura della propria esperienza interna. Dunque la permeablità dei confini si manifesta in espressività emozionale la quale, a sua volta, offre stimoli che si rivelano utili per conservare permeabili i confini.
        Anche l’espressività emozionale, in quanto indice di elevata permeabilità dei confini, risulta presente nella relazione tra madre e figlia adolescente molto più che in ogni altra relazione genitore-figlio (Brody, 1996). Secondo Brody (1996) è possibile spiegare l’elevata espressione emotiva tra madre e figlia adolescente attraverso il modellamento che la società opera rinforzando in modo selettivo i comportamenti dell’individuo, in base alla loro congruenza con le norme proposte dalla cultura. I processi di modellamento dell’espressività emozionale contribuiscono a far sì che, nella nostra cultura, le donne siano più intensamente espressive degli uomini sia verbalmente che mimicamente, soprattutto per quanto riguarda l’espressione della paura e di emozioni disforiche collegate alla consapevolezza di sé, come la vergogna (Brody, 1996). Poiché l’espressività emozionale è fortemente legata allo stereotipo del ruolo di genere femminile, la socializzazione dell’espressività emozionale delle figlie secondo le aspettative sociali può essere vissuta come un compito molto importante da parte delle madri. Il ruolo della famiglia, rispetto alle esigenze della cultura, è, in effetti, quello di mediare tra l’individuo e la società. Così, le madri, mentre si adattano ai bisogni che colgono nei figli, cercano di rispondere loro mediando tra quei bisogni e le richieste della cultura di cui fanno parte. Questo processo, di solito, promuove nelle figlie sia una amplificazione dell’espressività facciale che consente loro di comunicare più chiaramente le proprie emozioni, sia l’apprendimento di migliori abilità nel riconoscere le emozioni altrui (Brody, 1996).
        L’espressione delle emozioni tra madre e figlia, facilitata dalla permeabilità dei confini interpersonali, viene poi utilizzata nella relazione per lo svolgimento di funzioni importanti relative alla regolazione di processi intra e interpersonali (Brody, 1996). La figlia, fin da bambina, scopre il significato delle proprie azioni e misura il livello delle proprie abilità imparando a leggere il volto e la voce della madre: è incoraggiata a esplorare la realtà dalla approvazione che esprime la madre e intimidita dalle sue manifestazioni di ansia, rabbia o paura. Attraverso questo processo di rispecchiamento la figlia presta attenzione a ciò che esprime la madre per vedere il significato di ciò che lei stessa sta facendo, e cerca approvazione e incoraggiamento per il suo processo di crescita (Apter, 1990). La madre, sulla base del legame che le unisce, incoraggia via via la condivisione di emozioni anche da parte della figlia, condivisione che favorisce, con lo sviluppo delle sue capacità cognitive, l’abilità di comprensione empatica (Brody, 1996). Con l’entrata della figlia nella adolescenza, fase in cui il consolidamento dell’identità di genere diventa una delle questioni predominanti, le richieste culturali di conformità al ruolo di genere femminile possono tornare ad esercitare una certa influenza sulla relazione tra madre e figlia. Poiché lo stereotipo del ruolo femminile prevede, oltre a una generica espressività emozionale, manifestazioni poco intense di emozioni che comunicano assertività, come la rabbia, l’espressività emozionale della figlia può ottenere dalla madre risposte che tendono a rinforzare selettivamente la manifestazione di emozioni congruenti con le aspettative sociali (Brody, 1996). Tuttavia, in queste dinamiche, la madre continua di solito a operare una mediazione tra il compito di socializzare l’espressività emozionale della figlia e quello di prestare attenzione ai bisogni che la adolescente può esprimere, anche attraverso la manifestazione di emozioni non conformi con lo stereotipo del ruolo femminile.
        L’espressione di emozioni intense è, infatti, anche un modo per differenziarsi all’interno di una relazione che rimane intima e coinvolgente. Le figlie adolescenti sentono forte il bisogno di manifestare le proprie idiosincrasie e di essere riconosciute nel loro nuovo modo di essere. La adolescente non è più una bambina, ma non è ancora pienamente donna. La nuova definizione di sé implica in qualche modo una separazione dalla propria infanzia, una certa distanza dalla propria età adulta, e l’emergere di una personalità in divenire con aspirazioni e disposizioni sue proprie. La possibilità della figlia adolescente di manifestare le proprie emozioni nella relazione con la madre, compresa la rabbia, è un modo per comunicare i tasselli della propria identità in formazione, divenendone a sua volta maggiormente consapevole (Apter, 1990).
    • 1.2. Aumento della conflittualità nella relazione
      La relazione tra genitori e figli adolescenti è stata spesso descritta come tumultuosa e stremante (Hill, Holmbeck, 1986). Partendo da diverse letture di tale conflittualità si vedrà come nella letteratura viene studiata questa dimensione. Saranno quindi analizzati i processi coinvolti e le sue manifestazioni.
      Anna Freud (1979) ha affermato che la adolescenza è per sua natura una fase di sconvolgimento dei ritmi di crescita e delle relazioni precedentemente stabilite e che, viceversa, la presenza di un equilibrio indisturbato sarebbe indice di uno sviluppo anormale. L’aumento della conflittualità nella relazione con i genitori è considerato, in questa prospettiva, funzionale al distacco dalle precedenti rappresentazioni infantili dei genitori e alla possibilità di investire la propria libido in relazioni non incestuose con i pari, favorendo la maturazione di una sessualità genitale. Nice (1992) sostiene che, per quanto riguarda la relazione tra madre e figlia adolescente, la psicoanalisi ha in genere accentuato e reso normativo da un lato l’atteggiamento di dipendenza e passività della figlia e, dall’altro, la possessività e l’invidia della madre, assolutizzando, in tal modo, gli esiti disfunzionali del loro legame. Secondo Apter (1990) la letteratura psicoanalitica, fondando le proprie ipotesi sull’osservazione di casi clinici, ha descritto solo una parte della realtà di questa relazione. Gilligan (1987) inoltre, sottolinea che questa rappresentazione della relazione tra madre e figlia adolescente ha trovato sostegno in una concezione della psicologia evolutiva, implicitamente basata su un prototipo di sviluppo per lo più maschile, secondo la quale uno dei compiti principali che la persona si trova ad affrontare nella adolescenza è quello della separazione dai genitori, intesa come vero e proprio distacco emotivo, funzionale al raggiungimento di un’identità ben definita e, successivamente, di relazioni intime al di fuori della famiglia. Secondo una prospettiva maggiormente integrata l’adolescente (maschio e femmina), per crescere, non ha bisogno che i legami emotivi precoci si rompano, anzi (Nice, 1992). Ryan e Lynch (1989) affermano, a partire dalla teoria dell’attaccamento, che il sostegno emotivo dei genitori rappresenta un contributo positivo, e non un ostacolo, per la realizzazione dei compiti di sviluppo relativi ad ogni fase evolutiva, compresa la adolescenza. Ciò non significa che la relazione con i genitori debba rimanere immutata o che i cambiamenti relativi all’adolescenza non comportino stress e insoddisfazione. La relazione tra madre e figlia adolescente, dal momento che non è più costituita dall’incontro asimmetrico tra una donna adulta e una bambina, è stimolata a cambiare (Grotevant, Cooper, 1986) e questo processo, di solito, non avviene né in modo automatico né senza comportare frustrazioni. L’aumento della conflittualità è il segno che sta avendo luogo una chiarificazione delle aspettative e una rinegoziazione delle modalità di stare in relazione (Hill, Holmbeck, 1986).
      • 1.2.1. Processi coinvolti
        Dalla letteratura sulla relazione tra madre e figlia adolescente (Apter, 1990) i processi che risultano centrali per la conflittualità sono i cambiamenti che coinvolgono la adolescente e l’interdipendenza nella relazione.
        La dinamica alla base dell’aumento di conflittualità tra madre e figlia adolescente comprende, secondo Apter (1990), da una parte i cambiamenti che investono la figlia in questa fase evolutiva e che suscitano in lei bisogni nuovi e complessi da cogliere e, dall’altra, l’interdipendenza nella relazione. Poiché madre e figlia sono consapevoli di esercitare una considerevole influenza l’una sull’altra esse si aspettano di poter imprimere una direzione precisa a tale influenza, ottenendo, come avveniva nelle fasi precedenti della loro relazione, soddisfazioni puntuali per i loro bisogni. Tuttavia, in questo contesto di cambiamenti, aspettative così elevate possono facilmente rimanere deluse. In questa iniziale confusione si incrina l’armonia che caratterizza di solito la relazione tra madre e figlia lungo la fanciullezza di questa, e si apre un periodo in cui la difficoltà di interpretare le risposte che ciascuna offre all’altra, e, conseguentemente, di trovare stabili punti di accordo, diventa motivo di insoddisfazione, stimolando un aumento della conflittualità nella relazione. Analizziamo adesso le varie componenti di questa dinamica.
        L’aumento della conflittualità viene favorita dai cambiamenti fisici e psichici che coinvolgono la figlia nell’adolescenza. Questi cambiamenti infatti promuovono la costruzione di nuove immagini di sé nelle quali, per la velocità del processo, la adolescente stenta a riconoscersi e a essere riconosciuta dalla madre (Apter, 1990). In particolare, le trasformazioni biologiche relative alla pubertà stimolano una certa instabilità emotiva nella figlia, non solo per gli sbalzi ormonali che esse inducono (Brooks-Gunn, Reiter, 1990), ma anche per i processi che avviano a livello intrapsichico e per il loro impatto a livello sociale: la ragazza che sviluppa si trova a gestire non solo la novità della manifestazione dei caratteri sessuali sul suo corpo, ma anche il nuovo modo in cui gli altri le si rivolgono in quanto donna fisicamente sviluppata. Può perciò sentirsi separata dal sé fisico che le era familiare e non ancora capace di trovare un senso, una continuità, nella sua crescita repentina, trovando talvolta incomprensibili le risposte che riceve dagli altri. L’instabilità emotiva della figlia contribuisce all’insoddisfazione e alla conflittualità in quanto da un lato influenza il modo in cui lei stessa legge le risposte della madre e, dall’altro, la madre può incontrare difficoltà nell’interpretare gli sbalzi di umore della figlia (Graber, Brooks-Gunn, 1996). La adolescente, ad esempio, può proiettare la confusione generica che sperimenta riguardo a se stessa sui dubbi che la colgono riguardo al proprio aspetto fisico. Così come non ha ancora le idee chiare sul tipo di persona che sta diventando non ha neppure il senso di quale possa essere un corpo normale per la sua età. Pertanto un atteggiamento molto comune tra le adolescenti, talvolta difficile da decodificare, anche per la madre, consiste nell’osservare il proprio corpo elencandone i difetti in modo lamentoso (Apter, 1990).
        I cambiamenti che coinvolgono la figlia a vari livelli, a partire da quello biologico, suscitano in lei il bisogno urgente di essere riconosciuta nella sua identità in formazione (Apter, 1990). L’adolescenza costituisce un periodo di crisi in quanto la persona, non riuscendo immediatamente a costruire una sintesi armoniosa delle nuove immagini di sé e dei rapporti con gli altri, tende a sentirsi disorientata (Erikson, 1984). La relazione con la madre può offrire alla adolescente uno specchio nel quale percepire un’immagine più unitaria di se stessa, il che rappresenta uno stimolo funzionale al processo di sintesi in vista della realizzazione dell’identità (Apter, 1990). In particolare, la figlia ha bisogno che la madre comprenda il senso di quei cambiamenti nella sua personalità, che accolga, senza etichettarlo in termini di immaturità, il disorientamento che sperimenta, e che manifesti ammirazione per gli aspetti emergenti della sua individualità. Si tratta di un bisogno che, dal punto di vista della madre, è più difficile da cogliere e meno ricompensante da soddisfare, rispetto al semplice bisogno di approvazione che poteva manifestare la figlia da bambina (Apter, 1990). Non è facile, infatti, comprendere e rispecchiare tutte le sfumature di una personalità ancora non ben definita. E, soprattutto, può non essere ricompensante offrire riconoscimento alla nuova capacità di pensiero logico-formale quando essa si manifesta nelle acute abilità di critica che consentono alla figlia di mettere in discussione qualsiasi aspetto, anche passato, della loro relazione.
        Nello stesso periodo in cui la adolescente sta sperimentando la transizione riproduttiva della pubertà la madre si trova di solito ad approcciare un’altra transizione riproduttiva, la menopausa, che coinvolge importanti cambiamenti a livello fisiologico e stimola un delicato processo di ridefinizione di sé. I cambiamenti che affronta la adolescente e le esperienze di vita che coinvolgono la madre interagiscono nella loro influenza sulla relazione contribuendo in modo cumulativo allo stress sperimentato. La mutualità delle trasformazioni psicofisiologiche che madre e figlia affrontano, talvolta contemporaneamente, nelle rispettive transizioni riproduttive, stimola infatti molteplici cambiamenti nella relazione in un periodo in cui esse sono più vulnerabili allo stress. è perciò possibile che la prossimità nel tempo tra l’avvento del menarca nella figlia e della menopausa nella madre risulti in un ulteriore intensificarsi della conflittualità nella relazione (Graber, Brooks-Gunn, 1996).
        L’interdipendenza presente nella relazione tra madre e figlia adolescente interviene attraverso un altro processo nell’aumento di conflittualità. L’interdipendenza, ossia il fatto che i comportamenti di un partner dipendano, almeno in parte, dai comportamenti dell’altro (Gergen, Gergen, 1990), contribuisce a creare in ciascuno la convinzione che il proprio comportamento possa stimolare una condotta specifica nell’altro (Bersheid, Peplau, 1983). Madre e figlia nutrono l’aspettativa di poter dare una direzione precisa all’influenza che percepiscono di avere, in modo tale che il comportamento dall’altra venga incontro in modo puntuale ai propri bisogni; la figlia, in particolare, continua ad avere aspettative molto elevate rispetto alle capacità di comprensione e di conferma della madre (Apter, 1990). Secondo Berscheid e Peplau (1983) più aspettative si hanno rispetto ad un’unica persona e più è probabile che alcune di esse siano deluse, in quanto non è possibile che una persona reale aderisca perfettamente a una molteplicità di attese. Inoltre, in una fase di cambiamenti - come è l’adolescenza della figlia -, ottenere le soddisfazioni attese risulta ancora più complicato dal fatto che i partners agiscono inizialmente tenendo presente un’immagine dell’altro che non corrisponde più alla realtà attuale. Questo scarto tra aspettative e risposte offerte tende a suscitare nelle persone vissuti di frustrazione e di rabbia, la cui espressione può scaturire in interazioni conflittuali (Brody, 1996).
        L’interdipendenza tra madre e figlia adolescente, alimentando aspettative elevate nella figlia, favorisce l’aumento della conflittualità nella relazione. Dal punto di vista della figlia il fatto che la madre stenti a comprendere i suoi nuovi bisogni, come quello di essere riconosciuta anche negli aspetti meno integrati e gradevoli della propria personalità, è motivo di insoddisfazione (Apter, 1990). Dal punto di vista della madre il fatto di sentirsi impreparata a questo nuovo compito, nonché giudicata severamente dalla figlia, può essere vissuto come un fallimento e stimolare un atteggiamento difensivo (Apter, 1990). Sentendosi improvvisamente sotto accusa, non da una bambina, ma da una ragazza che comincia ad assumere l’apparenza di donna, la madre tende a distanziarsi dalla prospettiva che aveva mantenuto fino ad allora della propria adolescenza, il che può rendere più limitata la sua disponibilità a comprendere l’esperienza della figlia, e favorire ulteriormente l’aumento della conflittualità. Mentre durante la fase iniziale della propria maternità, è più probabile che una donna ricordi nitidamente la propria adolescenza, compresa l’amarezza che scaturiva dai litigi con la propria madre, senza che ciò alimenti alcun dubbio sul proprio ruolo di madre, con l’inizio della adolescenza della figlia, la madre, turbata dall’improvvisa ondata di stress che colpisce la loro relazione, può sentire vacillare le proprie sicurezze sul suo ruolo materno (Apter, 1990; Graber-Brooks-Gunn, 1996). Con un atteggiamento auto-protettivo, e nel tentativo di recuperare la modalità più pacifica, sebbene passata, di stare in relazione con la figlia, la madre tende a focalizzare la propria memoria sui momenti più precoci della sua relazione con la propria madre, quando quella relazione era più facile e meno stressante. Da questa prospettiva le nuove richieste della figlia risultano difficili da interpretare anche perché suonano poco familiari. Pur ricordando di essere già passata, come figlia, attraverso quelle stesse sfide, la madre stenta a capirne le ragioni, dal momento che non riesce più a dare a quelle sfide il significato che le attribuiva da adolescente (Apter, 1990).
        Pertanto l’aumento della conflittualità è spiegabile facendo riferimento a una dinamica relazionale complessa in cui si intersecano e si associano contemporaneamente diversi fattori a livello biologico, intrapsichico e sociale (Graber, Brooks-Gunn, 1996). Da una parte la figlia è coinvolta in una successione di cambiamenti profondi che suscitano in lei il bisogno di essere riconosciuta nella sua identità in formazione, dall’altra la madre incontra serie difficoltà in questo compito sia per la sua complessità oggettiva, sia per la posizione difensiva che ella inizialmente tende ad assumere in risposta alle aspettative e alle critiche della figlia. Da una parte la figlia ha bisogno di ottenere riconoscimenti non solo per i propri cambiamenti biologici, ma anche e soprattutto per quelli psicologici, guadagnando uno status diverso all’interno della famiglia. Dall’altra la madre, preoccupata soprattutto delle implicazioni sociali e relazionali della maturità fisica della figlia, ha bisogno di tempo e di verifiche concrete per comprendere anche la natura dei suoi cambiamenti psicologici (Apter, 1990).
        La adolescente, però, abituata a ottenere riconoscimenti puntuali dalla madre quali ricompense per le manifestazioni della propria maturazione e, aspettandosi di poter ottenere altrettanto adesso, è disposta a correggere le immagini inesatte e passate che la madre ha di lei fintantoché questa non giunga a guardare e a comprendere la realtà cogliendo i suoi bisogni attuali (Apter, 1990). Poiché ha avuto la possibilità di sperimentare fino ad allora le capacità materne di comprensione e di rispecchiamento ha fiducia che la madre, prima o poi, arrivi a cogliere quanto sta cercando di comunicarle. Ella, inoltre, tende a investire molte energie in questo processo in quanto rappresenta sia uno strumento per indurre la madre a cogliere la portata dei cambiamenti avvenuti in lei sia un modo per acquisire lei stessa maggiore consapevolezza del suo nuovo sé (Apter, 1990).
        Mentre il conflitto con il padre tende ad essere evitato dalla adolescente, poiché ritenenuto poco produttivo, quello con la madre può essere addirittura cercato (Apter, 1990). Infatti, a partire dalla permeabilità dei confini che caratterizza la loro relazione, la figlia, oltre a comprendere più facilmente la visione che la madre ha della realtà, il che le offre maggiori opportunità di anticiparla e criticarla, si rappresenta la madre come genitore più vicino e flessibile. Anche la madre, dal suo punto di vista, ha più occasioni, rispetto al padre, di essere in conflitto con la adolescente. Sulla base del maggiore contatto che vi è tra esse, ella si trova ad esercitare la propria autorità più spesso del padre e rispetto ad una più ampia gamma di situazioni. Le madri, infatti, tendono a dare norme che entrano nei dettagli della vita quotidiana e che riguardano l’abbigliamento, le maniere, i compiti per la scuola (Youniss, Smollar, 1985).
      • 1.2.2. Manifestazioni
        Il tipo di configurazione che tende ad assumere il conflitto tra madre e figlia adolescente è influenzato dall’espressività emozionale tipica della relazione: questo aspetto, infatti, rende possibile che qualsiasi disappunto venga immediatamente espresso (Brody, 1996). Esplicitare le proprie reciproche posizioni, nel momento stesso in cui esse sono esperibili, rende probabile che, qualora esse siano piuttosto distanti, la discussione assuma le tonalità di un litigio vero e proprio. Così, mentre nella relazione tra padre e figlia adolescente la conflittualità tende a rimanere più latente poiché, di solito, le richieste e i tentativi di mediazione sono effettuati dopo che ciascuno li ha filtrati personalmente per un certo tempo, madre e figlia adolescente tendono ad accendersi rapidamente così come, altrettanto rapidamente, è probabile che esse si riappacifichino (Apter, 1990).
        Madre e figlia adolescente sperimentano l’aumento della conflittualità nella loro relazione in modo molto doloroso. La crescita fisica e psicologica che coinvolge la figlia e la permeabilità dei confini contribuiscono a renderle più vulnerabili alle ferite che ciascuna può procurare all’altra (Apter, 1990). La madre, in particolare, tende a sentirsi ferita, a vivere le critiche della figlia come accuse con cui ella attacca spietatamente e condanna, senza eccezioni, tutti i suoi comportamenti. Il fatto che la figlia non sia più una bambina rende la madre più suscettibile di fronte alla sua criticità inducendola a sperimentare vissuti di fallimento non solo riguardo al suo modo di essere madre, ma a anche al suo modo di essere moglie e donna. La figlia, invece, in quanto dà meno peso alle parole che esse si scambiano durante i litigi, tende a sentirsi scocciata, piuttosto che ferita, rispetto a questo aspetto. Il dolore che ella prova assume di solito tonalità di delusione, frustrazione, insoddisfazione. Infatti, le sue aspettative rispetto alla capacità di comprensione della madre non trovano facilmente un riscontro positivo, almeno nella prima adolescenza. Inoltre, attraverso la sua nuova abilità di gestire nozioni ipotetiche, ella può immaginare altre modalità ideali di interazione e giudicare il comportamento della madre in base ai molti criteri che lei stessa può formulare, il che le consente nuove e più cocenti delusioni e frustrazioni. Nonostante madre e figlia adolescente sperimentino in modo diverso la conflittualità che caratterizza la loro relazione, la permeabilità dei confini rende possibile che ciascuna, calandosi nei panni dell’altra, soffra non solo per il proprio dolore, ma anche per quello che percepisce come sperimentato dall’altra. L’esperienza personale di dolore può risultare perciò amplificata, in questo particolare contesto interpersonale, dall’avvertire, nell’altra, l’esperienza di un vissuto analogo (Apter, 1990).
        La conflittualità tra madre e figlia adolescente segue un ritmo particolare in cui, nel corso della giornata, la tensione si alza e poi decade ciclicamente (Apter, 1990). I momenti che sembrano stimolare maggiormente la sfida sono quelli in cui esse si riincontrano a casa dopo aver trascorso molte ore fuori dalla famiglia. Da parte della madre può esservi il desiderio di ristabilire il controllo perduto, mentre la figlia era in un ambiente esterno alle sue regole e alla sua protezione; da parte della figlia può esservi il desiderio e l’entusiasmo di riportare le proprie esperienze; ella, pertanto, può sentirsi molto offesa se l’atteggiamento della madre rimane esclusivamente centrato sul controllo (Apter, 1990).
        Le aree di maggiore conflittualità nella relazione rispecchiano i vari ambiti in cui le madri esercitano la loro autorità (Youniss, Smollar, 1985). Pertanto, il conflitto avviene generalmente su questioni pratiche quali gli orari, la possibilità di uscire, i voti scolastici, l’aspetto fisico, le abitudini alimentari. La sfida che la adolescente lancia discutendo per le questioni più concrete rappresenta un mezzo per sottolineare la propria individualità e per correggere il modo in cui la madre percepisce i suoi bisogni e le sue competenze (Apter, 1990). Conflitti che manifestino divergenze radicali su valori basilari relativi all’economia, alla politica, alla religione, alla società sono in realtà piuttosto rari (Montemayor, 1983).
        Questo è evidente se prendiamo in considerazione il percorso che conduce le figlie a divenire così altamente espressive. Da alcune ricerche su bambini di età inferiore ad un anno emerge che i maschi, in quella fase, tendono ad esprimere le emozioni più intensamente delle femmine, per esempio piangendo più a lungo in risposta a qualche frustrazione, e indipendentemente dal comportamento delle madri (Kohnstamm, 1989). Poiché a questa età i bambini sono più espressivi delle bambine per i genitori è più facile riconoscere e decodificare le loro emozioni. Ciò è confermato da Tronick e coll. (1989) i quali riportano come madri e figli di sei e nove mesi trascorrono molto più tempo, di quanto facciano madri e figlie, a riconoscere i loro stati emotivi, il che consente a madri e figli di sperimentare più facilmente sintonia e reciprocità nelle interazioni. A partire dalla difficoltà che incontrano madri e figlie nell’interpretare ciascuna i segnali emozionali dell’altra, e in risposta alle richieste sociali sulla conformità ai ruoli di genere, le madri sembrano impegnarsi di più nel parlare a lungo con le figlie di sentimenti così come nel mostrarne loro una più ampia gamma. (Brody, 1996).